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Gli autori di BookTribu: Angelo Ricci

10 febbraio 2015

Iniziamo a conoscere meglio i membri della community di BookTribu con delle interviste che pubblicheremo periodicamente. Il compito di rompere il ghiaccio è affidato ad uno degli autori, Angelo Ricci.

Da quanto tempo scrivi e come mai hai iniziato?
Non ricordo quando ho iniziato a scrivere o, può darsi, non voglio ricordarlo. Forse perché questo inizio si confonde con l’inizio della mia vita di lettore (iniziata troppo tempo fa) che è profondamente unita a quella di scrittore, al punto che non so più quale delle due sia quella principale. Non so nemmeno perché abbia iniziato a scrivere. Perché si scrive? Per essere condivisi, amati, letti, come sostiene Roland Barthes? O forse per obbedienza a un impulso che va oltre noi stessi? O semplicemente per passione, per divertimento? O scrivere è invece una maledizione, una possessione che ci prende e che ci domina? Francamente non lo so. Forse, potessi tornare indietro, non scriverei nulla… oppure scriverei di più. Chissà.

Hai dei modelli letterari oppure un genere che trovi più congeniale?
Modelli, generi congeniali, certo ne ho avuti. Ne ho tuttora e ne avrò in futuro. Spaziano attraversando tutto l’universo letterario, come una creazione sincretica. La fantascienza, tempo fa (Philip Dick soprattutto, Asimov, K. W. Jeter, Sheckley, Philip José Farmer), poi gli americani (Hemingway, Henry Miller, Poe, Melville, Faulkner, Vonnegut) i sudamericani (Cortazar, Levrero), i postmoderni (DeLillo, Pynchon, Coover). Giganti letterari come i russi (Dostoewskij, Gogol, Tolstoj) e i francesi (Flaubert, Maupassant) dell’Ottocento (e anche, of course, i “nostri russi”: Verga, Capuana, De Roberto), ma anche Dickens, Conrad o Sterne, perché no. O Nadine Gordimer, Borges, Bolaňo, o scrittori che fondono narrazione e documento, come Emmanuel Carrére (che mi ha fatto scoprire anni fa Philip Dick con il suo Io sono vivo, voi siete morti), oppure i francesi del “polar”, come Izzo e Manchette. Ma anche italiani come Beppe Fenoglio, Leonardo Sciascia, Beppe Berto, Guido Morselli, Michele Mari, Moresco o i saggi allucinati della serie Alphaville di Valerio Evangelisti. E oggi Danilo Kiš e Thomas Bernhard e sempre di nuovi, nuove scoperte, nuove frontiere letterarie, nuovi confini di scrittura… da metabolizzare… da superare, forse. Ma bisogna comunque poi allontanarsene, fuggirne via, non farsene prendere. Bisogna trovare un proprio stile, un proprio ritmo. È fondamentale. Necessario.

Preferisci scrivere racconti o romanzi?
È uguale. Un racconto può diventare un romanzo e un romanzo può scindersi in più racconti. La scrittura è una sola. Alla fine uno scrittore compie un percorso fatto di racconti e/o di romanzi; costruisce, anche suo malgrado forse, un organismo narrativo vivente di vita propria, dove racconti e romanzi divengono gli elementi fondanti. Ma lo scopo, l’obiettivo finale, rimangono poi unici.

Hai già pubblicato qualcosa o sei un esordiente?
Ho esordito nel 2008 e ho pubblicato parecchio. Ho avuto come editori Manni, Perrone Lab, Sottovoce, Errant Editions, l’Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore. Mi considero uno “stagionale” della letteratura, un po’ come quei camerieri che non hanno un posto fisso, ma che lavorano quando li chiamano, ai ristoranti delle fiere, dei congressi, delle convention. Scrivo quando posso, quando ne ho voglia. Ogni tanto trovo un editore a cui piace quello che scrivo e che decide di pubblicarlo. Tutto qui.

L'ultimo libro che hai letto e cosa ne pensi?
Sto terminando La trilogia del Nord, di Louis-Ferdinand Céline. Un autore immenso, immaginifico, che sa coniugare dramma e stupefazione. Un genio. Il creatore di uno stile di scrittura ineguagliabile. Nessuno prima di lui ha raccontato in modo così denso l’Europa e le sue tragiche contraddizioni. 

Come hai scoperto BookTribu e quali aspetti della community ritieni più interessanti?
Ne sono venuto a conoscenza per mezzo del passaparola in rete. È un progetto molto interessante. Coniugare autori e lettori, creare una piattaforma di condivisione è importante per la scrittura contemporanea. Sono strumenti questi che, con altri, oggi sono parte del bagaglio sia dello scrittore che del lettore. Due ruoli, due figure, più uniti di quanto si possa immaginare.
Come scrive Henry Miller: Non basta scrivere un buon libro, un bel libro, o persino un libro che sia migliore di tanti altri. Non basta neppure scrivere un libro "originale"! Si deve stabilire, o ristabilire, un’unità che è venuta meno e che è sentita con la stessa acutezza dal lettore, che è un artista potenziale, e dallo scrittore, che crede di essere un artista.

SCRITTO DA La Redazione
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