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Incontro con l’autore: Abdelfetah Mohamed

10 dicembre 2018

Scrivere per lasciarsi andare, scrivere per lasciarsi qualcosa alle spalle, scrivere come terapia. Scrivere per trovare un posto a cui appartenere, quando si è in fuga da sempre.

Scrivere per raccontare la propria storia, questo fa Abdelfetah Mohamed, migrante eritreo di circa trent’anni. La sua età precisa, non la sa nemmeno lui. 

Preferisce scriverla, la sua storia, piuttosto che parlarne. In fondo al libro di cui vi parleremo oggi,leggiamo che con queste pagine l’autore ha voluto dare la risposta a tutte quelle persone che lo interrogavano e a cui rispondeva lapidario: “Io non parlo italiano”.

Abdel è nato in Sudan mentre l’Eritrea era tormentata dalla dittatura. È fuggito in Libia, poi in Italia. Oggi vive a Catania e ha scelto finalmente di rispondere a quelle domande, con un libro: Le cicogne nere– Hidma. La mia fuga(Istos Edizioni, 2017)

Abbiamo incontrato Abdel e Silvia l’ha intervistato per noi. La prima cosa che ci chiediamo è perché ha voluto evitare le persone. Perché fingeva di non parlare italiano e poi, in italiano, ha scritto un libro. 

Perché, in un mondo in cui tutti parlano, preferire scrivere piuttosto che parlare? Silvia gliel’ha chiesto direttamente, così, proprio con le parole, che lui stavolta non ha voluto ignorare. 

Io incontravo continuamente persone che non c’entravano niente. E mi chiedevano, e io rispondevo così, che non parlavo italiano, le bloccavo perché so bene che dalle discussioni non nasce niente di buono. Loro chiedevano, sì, ma cercavano solo discussioni. La gente ormai parla per parlare e, anche quando si è in due, si ascolta solo la propria prospettiva. Col libro invece propongo un’altra vera prospettiva. Non si parla dell’immigrato che arriva qui in Italia, ma dell’immigrato che prima di arrivare in Italia ha una storia. È come se tutto quello che viene prima venisse cancellato dal fatto che arrivi con una barca. Ho visto io stesso come viene strumentalizzato il tema dell’immigrazione. Allora ho scritto questo libro. Perché se tu non racconti la tua storia, allora lo farò qualcun altro, come vuole lui. 

Spieghiamo ai nostri lettori in quale contesto sei nato e in quale contesto si inserisce la tua vicenda. Che cosa ti sei lasciato alle spalle quando sei partito? 

Sono nato in un posto lontano, il Sudan, da genitori eritrei. Sono stato fortunato: sono nato sette anni prima della libertà. Quando avevo sette anni l’Eritrea è diventato un paese libero e ho visto le persone che piangevano, che urlavano. Ero troppo piccolo. Quando mi sono svegliato non ho trovato più nessuno, tutti erano tornati a casa. È stato questo il primo momento che mi ha lasciato scioccato, perché ho visto che le cose cambiano all’improvviso. Mi ha dato anche una sensazione di instabilità. Le cose possono davvero cambiare da un momento all’altro. Io non sono mai stato in un paese per più di otto anni.

In ogni posto in cui sono stato c’era sempre la guerra, sono sempre stato in fuga. E mi sento anche in colpa a stare qui perché tutto è iniziato proprio qui. Se avessi avuto altra scelta non sarei mai venuto qui: ho preso quella barca solo perché non avevo altra scelta. Ma ora sto un po’ meglio. Ho fatto un viaggio di soccorso dall’Italia verso la Libia, al contrario, una sorta di viaggio di ritorno. Vedere le persone in quella piccola barca mi ha regalato una tregua con il mio passato. È stato un viaggio di guarigione. 

Il boato dei tuoni sembra avvisarci che dobbiamo sbrigarci a lasciare quel posto annegato nell’odio e nel sangue. Continua la conta delle persone. “Uno, due, tre, voi salite”. Insieme a un amico paghiamo in fretta la somma. L’ultima bustarella. Senza sentirmi in colpa, vado avanti, mentre le donne e i bambini ci guardano. M’incoraggia la giustificazione del mio amico: «Quelli che non salgono, non si perdono niente. Noi invece possiamo annegare in mare».

Una cosa che non si può fare a meno di notare è che rimani senza età. Una volta arrivato in Italia, ti chiedono con insistenza la tua data di nascita ma tu non la sai e non ti interessa saperla. Non è la data di nascita evidentemente a dare un uomo la sua identità. Allora ti chiedo: in cosa una persona può trovare la sua identità? Anche quando è costretta fuggire.  

Sì, ho dovuto inventarmi una data. Era necessario, obbligatorio. L’età non c’entra niente, chiedere l’età è come chiedere il colore della camicia che si indossa. Davvero non me l’aspettavo, ma per la gente è importante. Sono rimasto spiazzato. La tua identità comincia dalla tua età e io non riesco a condividerlo. Io mi aspetto che la gente mi chiami col mio nome, col mio cognome, con la mia musica, il mio cibo, la mia cultura. Questa è l’identità. Per me l’età non c’entra. Chiedere a una persona quanti anni ha è quasi volgare.

A cosa pensavi prima di cominciare il viaggio? Avevi paura, speranza, aspettative. 

Sono nato in un posto in cui la gente viaggia. La gente va. Non solo sono fuggito da un paese con la guerra ma già c’erano immigrati che fuggivano dalle guerre. Dovevo andare e scoprire il mondo. Poi con la dittatura in Eritrea tutto è diventato una fuga, non un viaggio.

Adesso senti di aver trovato della stabilità? Qual è il posto a cui pensi quando ti dicono casa?

Sto facendo un gran sforzo per risolvere questo problema. Per me è davvero difficile, pesante. Non voglio andarmene, non voglio cambiare ancora posto. Ma mi chiedo, se sto qui, cos’è cambiato davvero nella mia vita? Perché non me ne vado? Vorrei conoscere altri posti, altre persone. Mi piace tantissimo Catania ma non mi sento a casa. Eppure ho di nuovo paura di partire. Perché è la prima volta che non vedo una guerra. Sì, certo, c’è contrasto. C’è un po’ di lotta con gli immigrati ma non è niente in confronto alla guerra che ho vissuto io. 

La guerra è la mia maledizione; […] Ogni volta che mi stabilisco in un città, finisco per essere cacciato da qualcuno nel nome del popolo, in quello di Dio o solo per odio. Nella mia testa mi assilla una domanda che mi accompagna ormai da troppo tempo: e se stessero cacciando me?

Vorresti tornare in Eritrea?

Sì, ci penso sempre. Avevo pensato al 2020 ma non so se riuscirò. 

Cito le parole delle zio Hamid, in prigione in Libia, che parla ad Abdel e a chi sogna la fuga:

A poco a poco dimenticherete la vostra vita prima di questa fuga. Non avrete fissa dimora, in un solo luogo, ma vi sposterete di città in città; […] Le storie che avete vissuto non potranno essere raccontate ai bambini, perché parleranno di guerra, povertà, dittatura e razzismo. Continuerete a spostarvi per cercare nuovi racconti, adatti a questi bambini. Resterete in esilio in attesa di tornare e scoprirete che non avete ancora avuto figli e non potete diventare nonni.

Ti riconosci nelle parole dello zio Hamid? C’è qualcosa di vero? Si può considerare una sorta di profezia?

Sì. Fai tutto quello puoi fare ma sentirai sempre questo vuoto. Sei in un posto in cui nessuno ti conosce e vorresti dire chi sei tu. Che sei utile per la società. Mi sento così quando penso ai miei progetti di vita: non posso farmi una famiglia, niente, mi sento bloccato. È una sensazione vera, che io provo, che noi viviamo tutti. Siamo bloccati.  

Scriverai ancora qualcosa?

Sto scrivendo un libro in arabo e tratta sempre dalla mia esperienza ma da un altro punto di vista. Questa è stata un’esperienza che mi ha permesso di avere una visuale più ampia, più ricca. 

Qui sono tutti stranieri: un senegalese, un eritreo, un siciliano, un nigeriano e altri vagabondi di cui però nessuno conosce la provenienza. Una notte in pieno inverno dopo aver comprato una bottiglia di vino esito ad andare alla stazione centrale per condividerla con i miei amici; so già che non li troverò, perché come le cicogne si spostano, cambiando città e paese in cerca di cibo e racconti. 

Ringraziamo Abdel per la sua disponibilità e consigliamo alla nostra Community il suo libro, ricco di spunti di riflessioni.

 

SCRITTO DA La Redazione
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