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Incontro con l’Autore: Carlo Livia

19 novembre 2019

La scrittura si sa ha varie forme, una delle più complesse è sicuramente la poesia. E Cosa vuol dire essere un poeta nel 2019? Lo chiediamo al poeta Carlo Livia, intervistato per noi da Luca Minardi.

Carlo è nato a Pachino (SR) e attualmente risiede a Roma. Insegnante di lettere lavora in un liceo classico. È autore di opere di poesia, prosa, saggi critici e sceneggiature, apparsi su antologie, quotidiani e riviste. Fra i volumi di poesia pubblicati ricordiamo: Il giardino di Eden, (edizioni Rebellato, 1975); Alba di nessuno (Ibiskos, 1983), finalista al premio Viareggio-IbiskosDeja vu, (Libri Scheiwiller, 1993), vincitore del premio Montale; Torre del silenzio, (Altredizioni, 1997), vincitore del premio Unione nazionale scrittori.  L’addio incessante, (edizioni Tindari 2001), Gli Dei infelici (edizioni Tindari 2010).

Ha collaborato con noi in qualità relatore per la presentazione dei nostri autori Stefania Magnano e Luca Minardi presso la libreria Altroquando di Roma.

Com’è nata la tua passione per la poesia?

Non amo parlare di me, come diceva Baudelaire, la poesia deve restare autonoma e svincolata dalla biografia dell'autore. Quello che posso dire è che ho tentato un percorso cognitivo ed espressivo che potesse tentare di aprire un varco dalla tenebra e dal mistero invalicabile in cui mi sembra - da sempre - che sia rinchiusa l'esistenza.

La passione per la poesia nel mio caso rappresenta un'ansia di salvezza e liberazione dalla tenebra della cultura postmoderna strutturalmente incapace di dare risposte all'universale ansia di verità e senso all'esistenza umana - oltre quella scientifica, utilitaristica, dominatrice, spesso capace di trionfi , ma pagati a caro prezzo -  che precipita nel nichilismo e nel relativismo morale. Mi è sembrato che solo i poeti abbiano espresso con linguaggi autonomi e spontanei, liberi da mistificazioni ideologiche, capaci di integrare istanze interiori, affettive ed esigenze speculative, la verità e totalità dell'esperienza esistenziale.

La poesia è l'unico linguaggio in cui riconosco coerenza e autenticità, proprio perché rispetta il mistero e la trascendenza dell'essere.

Quali sono i tuoi maestri letterari?

Dovendo individuare un prevalente paradigma dominante nella mia scrittura, direi che potrebbe essere il surrealismo, con cui intendo una forma eterna e universale di rapportarsi all'essere e alla parola, liberato dall'imperativo della fedeltà alla logica convenzionale, cogliendo la verità nella dimensione metarealistica del sogno e della visione. Ammiro molto Rimbaud e le sue "Illuminations", Lorca, Eluard, Char, o, per citare un’autrice italiana, Amelia Rosselli.

Un altro dei miei autori preferiti è Paul Celane, un poeta ebreo di lingua tedesca, sopravvissuto ai lager nazisti, la cui scrittura esprime- con la decomposizione e trasgressione di elementi e codici - il disincanto e l'angosci esistenziale dell'universo culturale post-moderno, antilluminista e antimetafisico, che tenta con le sue visioni straniate e dislocate, una disperata afferenza ad una dimensione ancora razionale e comprensibile della dissoluzione dell'umanesimo tradizionale. 

Amo molto anche la definizione che dà di poesia: "La poesia, questo nome infinito, dato a ciò che è vano e mortale ". Credo che queste parole riassumano lo scopo e il percorso, forse sempre illusorio, ma l'unico che dia una risposta concreta, trasformando pensiero e linguaggio, all'ineludibile ansia di verità e salvezza dell'uomo.

Mi piacerebbe proporvi una sua poesia:

Salmo (traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
E’ per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.
 
Noi un Nulla fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.
 
Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra della spina.

Quando hai deciso di far uscire per la prima volta una poesia dal tuo cassetto?

 La mia prima pubblicazione è dovuta alla mia ammirazione per un grande slavista, Angelo Maria Ripellino, a cui, poco più che ventenne, feci leggere i miei primi testi. Fui molto fiero del suo giudizio positivo e della presentazione che mi fece all'editore Rebellato, allora uno dei pochi che pubblicavano libri di poeti esordienti. Credevo di aver raggiunto chissà quale obiettivo, invece... peccati di gioventù! Era solo l’inizio di un lungo viaggio.

Hai vinto numerosi riconoscimenti e pubblicato diverse raccolte di poesie, sei sempre riuscito a conciliare i tuoi impegni familiari e il lavoro con la tua passione per la scrittura?

Mi pare semplicemente di non aver fatto altro che leggere, per tutta la vita, e di tanto in tanto, scrivere. Del resto la poesia è un modo di essere, di pensare, di esprimersi e porre domande all'esistenza che non si può confinare in tempi contingentati, e di cui non ci si può liberare. Non ho mai avuto scelta!

Sappiamo che diverse volte hai organizzato corsi di scrittura per ragazzi, raccontaci un po’ la tua esperienza.

 Ho insegnato per molti anni in scuole medie e licei classici e ho imparato che la poesia non si può "insegnare", come le altre materie. È una costituzionale attitudine psicologica o spirituale, che spinge a letture e gesti creativi del tutto spontanei, che hanno a che vedere più con la ribellione e l'eterodossia, che con l'imitazione di forme e modelli appresi.  La cosa migliore è mettere i ragazzi in contatto con i testi più eterogenei, lasciando che coloro che hanno attitudine e talento per la scrittura, li esprimano nelle forme più adatte, dilatando e infrangendo norme e orizzonti.

Uno scrittore considera i suoi lavori figli a cui vuole tanto bene, sapresti però individuare una poesia o una raccolta a cui sei particolarmente legato e perché?

Sono molto legato a due poesie tratte dalla raccolta La prigione celeste, che presto sarà pubblicata con Progetto Cultura Roma, le riporto entrambe.

La prigione celeste

Dalla finestra di Mozart vedo la donna nuda che beve lacrime divine in un cielo di astri divelti

e un vecchio bambino pazzo che trascina ridendo l’anima del Grande Assente.

A forza di dormire sull’orlo del precipizio, la mia anima si è mutata in sette serafini ciechi

che baciano in sogno l’infelice sposa dell’Ultradio.

Ho attraversato tutto l’universo, cercando quella fessura del tempo da cui affiora la morte

ma ho trovato solo lo splendore delle madonne silenziose votate al blu.

Tutti i tabernacoli sospesi in alto mare s’inclinano lottando contro un vento di frasi fatte

e versano in cielo una musica di carezze e desidèri di fanciulla,

tristi come la voce che mi sfiora in sogno

per dirmi che non è più qui.

From here to nothing

Attraverso la notte sacramentale, nuda, trascinando l’anima del bambino morto. Un vecchio mi vede da lontano e grida. Vuole uccidermi, ma diventa di marmo.

[…]

La rugiada delle fanciulle è spesso un addio viola. Segue le croci verso il buco nero, senza domande.

La veste vergine si affaccia dall’incesto, spargendo protoni mortali. Sul davanzale intermedio traducono i morti in euro.

Dall’amplesso centrale cade un sì minore. Biondissimo. Inestricabile dai lunghi serpenti del profondo. Si staglia nel cielo lastricato di dei. Sul viale ormonale appena risorto.

Nell’aria un uccello infelice. Cadendo diventa un peccato. O un flauto celeste, troppo sottile. Mi trafigge il cuore. Per fortuna mi addormento. In sogno attraverso le cascate.

Entro nel bacio indicibile. Umido di morte scampata.

Come si vede ho usato un linguaggio onirico, visionario, piena di volute incongruenze e dislocazioni, che poco ha a che vedere con la poesia tradizionale, come quella di Carducci o Pascoli, tanto quanto la pittura di Picasso o Dalì ha poco a che vedere con quella di Giotto o Caravaggio. Soprattutto per merito di un altro mio maestro, Rimbaud, emerge il mondo dell'inconscio, la riflessione o la rappresentazione di emozioni e stati d'animo, viene sostituita da un'iconografia onirica che tenta di rappresentare la dimensione che precede e trascende i confini del pensiero razionale.

Qualche tempo fa ti abbiamo mandato alcune delle poesie di uno dei nostri autori, Gian Luca Sechi, cosa ti ha colpito della sua poetica e che consigli gli daresti?

Non amo dare giudizi critici, del resto oggi non ci sono modelli e paradigmi estetici immutabili, da imporre dogmaticamente. La scrittura di Sechi rivela indubbiamente notevoli doti di profondità, trasparenza e densità emozionale. Del resto un vero artista ubbidisce all'istinto e a motivazioni interiori, più che a critiche o suggestioni esterne. L'unico consiglio che potrei dargli è di ampliare le sue letture e di esperire moduli e strategie sempre nuovi. 

La nostra casa editrice pubblica autori tramite esordienti tramite concorso, come successo a Luca Minardi e Stefania Magnano, cosa ne pensi della nostra iniziativa?

Selezionare e divulgare testi di valore, avvalendosi anche di un sistema democratico, come la votazione del pubblico, accanto al giudizio di una giuria competente, credo sia la cosa più utile che si possa fare oggi, quando siamo tutti smarriti e disorientati in un oceano di mediocrità e futilità.

 La nostra community è piena di aspiranti scrittori e poeti, che consiglio daresti loro?

 Come ho già detto non credo che un vero artista sia permeabile ai giudizi e consigli altrui, deve seguire la sua strada, e del resto non può fare altro!  La critica serve soprattutto al massimo a creare una riflessione comune, uno scambio di impressioni e vedute che può arricchire lo scenario psicologico in cui si svolge il "lavoro più solitario del mondo" (Marquez), quello della scrittura. Quindi dico solo: proseguite il vostro viaggio e non rimanete soli!

Prima di salutarci, consiglieresti un libro e una raccolta di poesie ai nostri lettori?

Suggerirei di leggere il generale i lavori dei poeti che ho citato prima, aggiungerei però anche Mark Strand e i poeti italiani Giorgio Caproni, Milo De Angelis e Edoardo Sanguineti.

Suggerirei inoltre la lettura dei romanzi del premio nobel per la letteratura Peter Handke, in particolare La donna mancina. In questo libro l’autore usa una particolare forma di iperrealismo, che riesce a violare i confini dell'oggettività mimetica, sublimando in figurazioni liriche inaspettate e rivelazioni metafisiche, sensazioni ed emozioni apparentemente minime e usuali.

 

SCRITTO DA La Redazione
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