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Incontro con l’Autore: Simona Lo Iacono

04 novembre 2019

Vivi ciò in cui credi è lo spirito di questa Community. Coltivare la propria passione fino in fondo può essere difficile se presi dai tanti impegni ed imprevisti con cui abbiamo a che fare ogni giorno. La scrittrice che vi presentiamo oggi ha saputo curare la sua passione per la scrittura fino in fondo, unendola a ogni aspetto del suo percorso di vita.

Simona Lo Iacono, nata a Siracusa, ha esordito nel mondo della scrittura con il racconto I semi delle fave (Emanuele Romeo Editore,“Scripta manent”, 2006). Il suo primo romanzo, Tu non dici parole (Perrone, 2008) vince il prestigioso premio Vittorini Opera Prima. Successivamente vedono la luce tante delle sue storie, fra cui Effatà (Cavallo di Ferro, 2013) vincitore del premio Nino Martoglio e Le Streghe di Lenzavacche (E/O edizioni, 2016), finalista al Premio Strega 2016. Attualmente lavora come magistrato presso il tribunale di Catania, collabora con diversi giornali e blog che si occupano di divulgazione culturale e svolge servizio di volontariato in carcere, organizzando corsi di letteratura, scrittura e teatro per i detenuti.

Oggi abbiamo incontrato Simona Lo Iacono e Luca Minardi l’ha intervistata per noi.

Com’è nata la sua passione per la scrittura?

La passione per la scrittura è nata con me, e forse non è neanche una “passione” nel senso comune del termine, ma semplicemente il mio sguardo, il mio modo di stare al mondo. Non c’è attimo della mia vita in cui io non scriva, silenziosamente, nascostamente, una storia. È il modo che ho per filtrare la realtà, per leggerla e per sventrarla, per farla mia e – soprattutto – per trovarle senso, direzione, scopo.

Una grande scrittrice è prima di tutto una grande lettrice, ci può dire quali sono stati i suoi “maestri letterari”?

Mamma mia…grande scrittrice no, non posso ritenermi tale, ma lettrice ingorda, sì, sicuramente. I miei maestri sono stati Marguerite Yourcenar, Irène Némirovsky, Isaac Singer, Gesualdo Bufalino, Pirandello, Gogol, Balzac… infiniti maestri, e infinito incanto nel seguire le loro strade. Ogni scrittore è una voce unica, un incontro oltre il tempo e la storia. Mi accorgo di covare ogni autore letto come un parente eterno, immemore ed estatico. Una sorta di fantasma benevolo, pronto a parlarmi grazie al semplice atto di aprire il suo libro.

Quando ha deciso di far uscire le sue storie dal “cassetto” in cui ogni scrittore tiene i suoi lavori e consegnarle al mondo dell’editoria? In che modo?

È avvenuto nel 2008 con il primo romanzo “Tu non dici parole”, oggi edito nuovamente da Perrone. La storia di una donna vissuta nel 1600, arsa sul rogo perché ladra di parole belle. Si chiamava Francisca Spitalieri ed era – in realtà – una terziaria francescana che amava la poesia. Fu perseguitata dalla Santa Inquisizione e arsa sul rogo, perché ritenuta pericolosa ed eretica. Ecco…è stata lei a inaugurare l’avventura della pubblicazione, nonostante io scrivessi da quando ero una bambina. Posso dire di non avere deciso nulla, e che lei abbia preso in mano la situazione guidandomi in un vero viaggio colmo di scoperte, di incontri e mani da stringere. I libri mi portano in luoghi inusuali e tra persone generose. Credo che sia saggio affidarsi a loro. Sanno sempre dove andare. Quando scrissi “Tu non dici parole”, fu un caro amico a farsi da intermediario e portare il romanzo dal mio primo editore (Giulio Perrone, appunto). Tutto avvenne come in un sogno. Pubblicai avvolta da un senso di gratitudine esterrefatto. Mi trovo ancora in quello stato d’animo, nonostante siano trascorsi più di 10 anni.

Fra le sue tante attività cura anche una rubrica dal titolo “La letteratura è diritto, la letteratura è vita”, presso il blog “Lettararitudine”. Ci potrebbe dire come il mondo della letteratura può incontrare quello del diritto?

Da magistrato so bene che il valore del diritto si misura sulla coscienza della regola. Il libro, il romanzo, le storie, anche senza che noi ne siamo consapevoli, sono magnifici “strumenti normativi”. Attraverso la narrazione ci fanno sempre toccare con l’immaginazione la soglia violata, l’arcano dell’ingiustizia, la sete di giustizia. Ci comunicano quella che in diritto penale chiamiamo “coscienza della illiceità”. Facendoci vivere la storia di un altro personaggio, facendoci sperimentare i suoi dolori, la sua crescita, la sua emarginazione oppure le sue instabilità, i libri ci trasportano nell’altruità, e quindi nel rispetto di ogni debolezza umana. E’ da lì che nasce il diritto. Come risposta a una ferita. Come ripristino di una violazione. Come recupero dell’equilibrio. D’altra parte, impariamo il valore della legge universale non dai codici, ma da Antigone. E comprendiamo il mistero della colpa non leggendo le norme penalistiche ma “Delitto e castigo”. E “Pinocchio” di Collodi ci parla della menzogna, così come “Il diario di Anna Frank” della verità. Senza libri non può esserci costruzione della coscienza giuridica. E’ di questo che parla la rubrica “Letteratura è diritto, Letteratura è vita”, ed è di questo che mi occupo in carcere, come volontaria. Ai miei amici detenuti insegno a riacquistare i valori lesi dal reato leggendo. Facendo teatro. Vivendo altre storie, anche simili a quelle delle vittime. In questo modo si apprende a stare dalla parte degli altri. La lettura diventa fonte di pietà umana.

Molti dei suoi romanzi, come “Le streghe di Lenzavacche” o “Tu non dici parole”, si collocano in ambientazioni temporalmente lontane, quale romanzo in particolare che le ha richiesto un maggiore lavoro di ricostruzione storica e perché?

Tutti i miei romanzi sono frutto di ricerche lunghe e appassionate. Ma forse quello che mi ha impegnata di più è stato l’ultimo, “L’albatro” (Neri Pozza), che ricostruisce la storia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e ne narra le vicende (dall’infanzia all’età adulta). Non volevo tradire l’uomo, il suo cuore, le sue fragilità. Volevo che vivesse nel suo tempo, ma che parlasse anche al mio. Mi premeva restituirgli un destino negato, ma anche valorizzare i suoi sogni infantili. Insomma… volevo vivergli accanto, e fare da intermediaria tra lui e la realtà esterna. Tutto questo ha comportato studio, sofferenza e tanto impegno. Alla fine, però, Giuseppe Tomasi si è trasformato per me in un compassionevole accompagnatore. Lo sento sempre vicino.

Quando scrive una nuova storia, qual è l’aspetto che tende a privilegiare maggiormente?

All’inizio mi faccio guidare dall’istinto, dalle associazioni impreviste, dalle sensazioni. Poi inizio la costruzione paziente dei personaggi, del contesto, dei particolari. E’ come creare gradualmente un mondo con tutte le facoltà dell’immaginazione e della memoria. Ed è come vedersi vivere dall’alto, un dormiente che vede se stesso sognare.

Il vissuto di un autore si riflette spesso nelle sue opere, se e come le esperienze di volontariato in carcere hanno influito sul suo lavoro di scrittrice?

Certo, ogni esperienza della vita si trasfigura in arte e quella in carcere mi ha segnata moltissimo. In carcere ho imparato ad essere umile. Ho imparato a leggere nell’apparente fallimento della persona la possibilità della rinascita. Ho valutato la fragilità dell’uomo, e quindi la mia fragilità. La precarietà delle azioni, e quindi la mia precarietà. Tutto questo torna nello sguardo dei miei personaggi, nella scelta delle mie storie. Non narro mai  personaggi forti, ma creature deboli, malferme, sgualcite. Mi piacciono coloro che dagli errori imparano ad amare di più. Mi apparento con tutti quelli che attraverso una falla, varcano la porta giusta.

La nostra Community è piena di aspiranti scrittori, che consiglio darebbe loro?

Mamma mia, non saprei! Posso solo raccontare ciò che è servito a me, e sperare che possa servire loro. E cioè leggere, leggere, leggere. E vivere ciò che altri non vivrebbero. La povertà piuttosto che la ricchezza. L’imperfezione piuttosto che la perfezione.

Prima di salutarci, vorrebbe consigliare ai nostri lettori un libro da leggere?

Ho amato moltissimo, in questi giorni, “L’ultima volta che siamo stati bambini” di Fabio Bartolomei (Ed. e/o). La storia di tre bimbi che - in piena seconda guerra mondiale - si mettono sulle tracce di un compagno di giochi ebreo, deportato nei campi di lavoro. Decidono di andare a cercarlo. E sperimenteranno che l’infanzia finisce quando ci si scontra, per la prima volta, con il mistero del male. Spero possiate leggerlo, è un libro bellissimo, scritto con leggerezza e grazia.

Ringraziamo Simona Lo Iacono per la sua disponibilità, invitando la Community a conoscerla ancora meglio fra le pagine dei suoi libri e Luca Minardi per l’intervista.

 

SCRITTO DA La Redazione
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