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Intervista all’Autore: Marco il7 Settembre

20 gennaio 2016

Incontrare un autore significa entrare in un territorio sconosciuto, e confrontarsi con uno stile e un approccio alla scrittura ogni volta diverso. Oggi vi presentiamo un personaggio decisamente poliedrico; un po’ scrittore, un po’ artista, un po’ giornalista, Marco il7 Settembre con noi di BookTribu ha parlato di sé, dei suoi scritti, dei progetti passati e di quelli futuri.

Ciao Marco, partiamo da te. Ti occupi di diverse cose, dalla scrittura all’arte: c’è un comune denominatore, nelle attività che ti interessano?

Sono lieto che tu mi dia modo di iniziare l'intervista partendo da me e non da Gesualdo Terzemucche, con cui ho recentemente litigato! A parte gli scherzi, capisco che vuoi iniziare da me come persona, e allora ti rivelo che è da quando avevo dodici-tredici anni che ho compreso l'importanza dell'Arte e di ciò che la rende significativa nelle nostre vite: l'originalità, quel quid che permette di proiettare sia l'artista che il fruitore dell'opera in un dominio diverso da quello della realtà ordinaria, spesso così ostile o deludente. Anche l'arte può essere dura, ma in questi casi porge un messaggio di denuncia ed è comunque calibrata, organizzata attorno ai suoi codici. Il comune denominatore, nelle mie attività è appunto la ricerca dell'originalità e, in particolare, il legame col Surrealismo, movimento avanguardistico di cui mi sento un lontano epigono e di cui peraltro offro una visione personale, "contaminata". Per essere ancora più precisi, un mio tratto distintivo, in tutte le mie produzioni, è la frammentazione, il gusto neobarocco e un po' acre, un certo compiacimento postmoderno del caos più o meno (de)costruito.

Tu sei anche giornalista, e scrivi spesso di cultura. In che modo racconti l’arte al pubblico?

Naturalmente osservo la legge delle cinque W e mi metto al servizio dell'artista o dell'evento da recensire, ma non rinuncio a dare all'articolo un certo taglio personale, che a volte oggi viene definito "narrativo" almeno in senso lato - tendenza che si va affermando in certe testate - o che consiste nell'aggiungere osservazioni, note di colore o interpretazioni che siano un po' spiazzanti, meno prevedibili. Tanto per ricordare che sono un artista anch'io, che diamine!, e che quindi posso avere percezioni un po' eccentriche delle cose. Insomma, quando posso, mi piace azzardare, in ossequio, se vogliamo, alla cosiddetta scuola del Gonzo Journalism. "Non si può essere oggettivi su Nixon", scrisse Hunter Stockton Thompson, e forse neanche, allora, mutando segno, sulla formidabile "Fontana"-orinatoio di Duchamp.

Con Francesco Scirè hai pubblicato “Esterno giorno”, raccolta di racconti e libro fotografico: come si crea un libro che unisca alla narrazione scritta quella visiva delle immagini?

Quel lavoro è lo sbocco da un lato della mia lunga consuetudine nel commentare giornalisticamente, e in modo a volte bizzarro, opere visive di artisti vari durante mostre e concorsi d'arte, dall'altro, più specificamente, dall'iniziativa di una associazione culturale - con cui a lungo ho collaborato - di far interagire linguaggi diversi di artisti diversi. Conobbi così Scirè e nacque l'idea di replicare quella prima nostra esperienza di commistione verbo-visiva, compiuta per una sola immagine, per una serie che poi andasse a comporre un libro. A proposito dell'accostamento tra narrazione scritta e arte visive, si può affermare che questo dialogo è sempre stato presente, in qualche modo, nella storia della cultura, ma nel Novecento gli interscambi sono diventati più stretti, non solo limitati ai quotidiani, alle riviste e ai fumetti, ma anche nel mondo dell'arte, dove critici di particolare talento hanno affrontato il compito di descrivere e spiegare opere d'arte ricorrendo a tecniche particolari che consentissero un rapporto dialettico davvero significativo tra i due linguaggi. Si può anche richiamare la tradizione surrealista di riviste culturali innovative come Minotaure e La révolution surréaliste dirette o fondate da Breton e Documents, diretta dal saggista surrealista Bataille, in cui le due arti andavano a braccetto; è noto d'altronde che il movimento surrealista ebbe il suo capofila appunto in uno scrittore, Breton, che fissò i punti cardine nei due notissimi Manifesto. E si può arrivare a citare personalità come Nanni Balestrini (tra gli esponenti del Gruppo 63 ma anche autore di collage "tipografici") e Tomaso Binga. In "Esterno, giorno", trovandoci in due, non abbiamo proceduto ad una fusione ma piuttosto sono stato io ad "entrare" letterariamente nelle foto (preesistenti) di Scirè, scattate nella Capitale, per immaginare storie o flussi di coscienza semiseri che potessero starci dietro o scaturirne, con un tono surreal-esistenziale amarognolo che però si fa scanzonato - abbastanza ineditamente, credo - con l'irruzione della battuta salace romanesca.

In “Elucubrazioni a buffo!” invece hai messo insieme racconti dell’assurdo, narrazioni fantastiche ed esperienze soggettive: qual è il filo rosso che li unisce?

Potrei risponderti, semplicisticamente e immodestamente, che è il mio stile il filo rosso!, però fai bene tu a tentare l'analisi, perché malgrado molti artisti non amino essere rinchiusi in etichette di genere, queste in realtà per comodità di studio sono senz'altro utili. E allora non posso esimermi dal rispondere che molti sottogeneri letterari sono figli del maxi-filone del fantastico. Oggi va molto di moda il fantasy urbano, io invece sono molto legato alla fantascienza, però poi quando scrivo mi piace creare storie meticce, meno classificabili, in cui la fantascienza (con assai poca scienza) si accavalla col surreale e il grottesco dando voce a personaggi eterogenei ma spesso con un occhio di riguardo per perdenti, freaks e tipi strani, ma anche seguendo questa logica dell'ibridazione si arriva ad un genere, che è l'avantpop, nel quale ritengo di rientrare. Si tratta di un genere contaminato che fa proprie alcune istanze avanguardistiche (la provocazione associata ad un certo grado di sofisticazione formale) ma le rende più accattivanti sfumandole in un pop non solo citazionista che io interpreto anche come tendenza a mantenere un legame con il popolaresco, cioè con il contesto italiano o italiota, e alla fine romano, tanto per ricordarmi io stesso che se pure cerco di "fà l'americano" (o l'inglese) ammiccando a certi modelli, poi in realtà ricado spesso pesantemente col sedere sull'asfalto dell'Ardeatina. È il mix, che sconcerta!

A quali progetti stai lavorando, attualmente?

Eheheh, attendevo questa domanda! Tutti vogliono sapere a che punto è il misterioso, burlesco, cyberpunk, assurdo, fantasatirico Progetto NO! Ebbene, l'accordo con l'editore già c'è, ma trattandosi di un'opera sperimentale, nata a pezzi in un botta e risposta sul web con un caro amico e poi sviluppatosi ipertroficamente attraverso anni ed anni di delirio controllato, è una matassa difficile da irreggimentare, quindi manca ancora qualche piccola inserzione qua e là per fargli vedere la luce. Ma il finale è già pronto da tempo, eh? Un altro romanzo che è quasi pronto, di impianto più tradizionale, sarà finito a Febbraio, probabilmente, e trae il suo nucleo centrale da una storia vera. È anch'esso rientrante, direi, in una fantascienza avantpop, essendo ambientato nella Roma del 2079, ma ha qualcosa a che fare con la sanità pubblica. E poi ho diversi altri racconti brevi, potrebbe uscirne una nuova antologia.

Booktribu è una community fondata sul dialogo tra l’autore i suoi lettori. Tu come vivi questo aspetto del tuo lavoro?

Mi stimola molto rispondere ai lettori o anche ai semplici curiosi, e non potrebbe essere diversamente, per come la vedo io; per uno scrittore la gente è un'inesauribile fonte di ispirazione o serbatoio di storie anche quando disquisiscono di succhi di frutta o motoseghe, figuriamoci poi se parliamo di persone che si lasciano intrigare dai miei racconti. Su Facebook ogni tanto mi capita di rispondere a qualche osservazione spiritosa o a qualche attacco proditorio, e per me è sempre un piacere, il feedback dei lettori mi dà l'impulso a proseguire nel mio lavoro a costo di far danni.

Booktribu sta per lanciare il suo primo contest letterario, dedicato agli autori emergenti: parteciperesti all’iniziativa?

Beh, sono già abbastanza impegnato, a dir la verità, però se il tema mi stimola perché no?

C’è un campo che non hai ancora esplorato, e nel quale vorresti cimentarti in futuro?

La musica. Sono un grande appassionato, in particolare di progressive rock ma non solo, però non ho mai imparato ad usare uno strumento, e neanche lo farei mai. Sono già abbastanza affaccendato, pensa che in questo momento sto scrivendo col fiatone!

C’è qualche autore a cui ti ispiri, per i temi o per lo stile di scrittura? E come lettore, invece, che cosa ti piace leggere?

Naturalmente conosco diversi classici, come Dostoevskij, Proust, Joyce, Maupassant, Poe e Lovecraft, ma da tempo mi piace leggere soprattutto gli autori che sento più vicini, che mi hanno influenzato di più e che ancora lo fanno, pur con le logiche ed evidenti differenze e proporzioni. Infatti adoro colossi del calibro di Philip K. Dick, William S. Burroughs, Douglas Adams, James G. Ballard, Charles Bukowski, Joe R. Lansdale (che ho anche incontrato), Robert Sheckley, William Gibson, Kurt Vonnegut; tra gli italiani  Tommaso Landolfi, Giorgio Manganelli, Italo Calvino ed il più contemporaneo Stefano Benni.

Grazie dell'intervista e statemi bene, siete forti!

SCRITTO DA La Redazione
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