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Osservazione e Scrittura

15 giugno 2018

Vincenzo Ghiani è un membro della nostra Community. Originario della Sardegna, ottant’anni, innumerevoli esperienze di vita sulle spalle, da sempre un appassionato di letteratura, si è cimentato solo da qualche anno nella stesura di racconti e poesie. Ma non è mai troppo tardi per cominciare. 

Ha frequentato l’UTEA di Cordenons, comune friulano dove risiede, e ha incontrato così la filosofia e la scrittura creativa. I docenti spingevano gli iscritti a frugare nel proprio io ed essi hanno potuto poi veder raccolti i loro lavori in un volume dal titolo Libera-Mente. 

“Ho sempre voluto fermare ricordi, emozioni e immagini, anche le più evanescenti, attraverso la scrittura” ci confessa. “Non diari, ma racconti di quello che vivo e osservo. Oggi considero quelle pagine un conforto e un supporto alla mia memoria non più brillante come una volta”. 

Vi dedichiamo una parte di quelle pagine. Vincenzo considera questa poesia semplicemente il frutto dell’osservazione di un fatto. Ricorda così a noi tutti che l’osservazione è il primo vero atto, tanto modesto quanto necessario, della scrittura. S’inchina davanti alla grandezza della natura e dell’ispirazione, e la ringrazia. 

Grazie mare 

Bella d’aspetto e dallo sguardo fiero

con quell’ampio sorriso accattivante

ammira il grande specchio che ha davanti:

è il tanto spesso agognato mare.

Esile di struttura e vacillante

nell’andare, la giovinetta ancora

per grave morbo impedita, ai bastoni

il tenue peso del suo corpo affida

per raggiunger la riva non lontana.

Nella battigia siede e piedi e gambe

abbandona alle carezze delle onde

calde, delicate e dolci che lambendo

le levigate membra sollievo e gran

piacere al gentile ospite procurano.

Lo sguardo le cime dei monti scruta

che a sinistra corona fanno al mare

e con questo lo spazio limitare

agio dando così a quanti al largo

vanno per quel che è Immensocontemplare.

Qual petulante che ragion non sente

l’onda lunga s’insinua infidamente

violando le intimità ai più celate.

Il suo moto ripete con costanza

ed arroganza: or si ritira e

parvente vuoto lascia per ritornar

con slancio più veemente e penetrante,

tanto che turba l’anima ansimante  

e quel che può apparire un tormento

diviene un mal celato appagamento.

Agli astanti non sfugge quel sorriso

che alla natura ancor riconoscente

innalza il cantico del suo gaudente:

Dio del cielo! Tu che la pace doni 

dopo il travaglio ai figli tuoi, sii

benigno con me che della natura

ho profittato per gioire di quanto

l’uomo ignorandomi mi ha negato.

 

SCRITTO DA La Redazione
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