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Alessandro Berselli: sono un ossessivo compulsivo della parola

05 luglio 2018

“Alessandro Berselli è un grande ribelle del noir italiano: la sua è una scrittura colma di fascino e malia, ammantata di lucida ombra e furia iconoclasta”. Queste le parole di Matteo Strukul, vincitore del premio Bancarella 2017 con I Medici. 

Cos’è il noir? È un genere nero, cupo, un po’ poliziesco e un po’ thriller, un po’ psicologico e un po’ claustrofobico. Difficile dargli una definizione esatta, ciò che è certo è che un genere che affascina ed è sempre più in voga, soprattutto qui a Bologna. 

Chi è Alessandro Berselli? 

Alessandro Berselli e uno scrittore noir di Bologna e, il caso vuole, è anche un compaesano della nostra Silvia Lodini, vincitrice del Secondo Concorso di BookTribu. Praticamente vicini di casa, Silvia ha avuto il piacere di essere presentata da lui lo scorso maggio a Castenaso e di scambiare due chiacchiere con lui. 

Esordisce come umorista nei primi anni Novanta, collaborando tra le altre cose anche con Comix. Docente di tecniche della narrazione, nel 2003 inaugura la sua carriera di romanziere noir. Oltre alle numerose short stories, per citare qualcuno dei suoi romanzi: Io non sono come voi  (Pendragon, 2007), Cattivo (Perdisa Pop, 2009),  Il metodo crudele (Pendragon, 2013), Anche le scimmie cadono dagli alberi (Piemme Open, 2014). L’ultimo ad oggi è Le siamesi (Elliot, 2017), una lucida riflessione sul male di vivere di una generazione ormai cinica e rassegnata, che racconta di come una ragazza troppo ricca e annoiata scivoli quasi di proposito in un sabato sera di terrore sfidando la morte. 

L’incontro tra un esordiente e uno scrittore affermato non può che essere interessante e Silvia ha intervistato Berselli per noi. 

Come hai iniziato a scrivere?

Per caso probabilmente, subendo il fascino delle storie raccontate. Il mio primo approccio alla narrazione è stato con i fumetti, da bambino li leggevo e li disegnavo (il disegno è un’altra mia grande passione). Poi è arrivata la scrittura, la voglia di evocare mondi e condividerli.

Come hai deciso che avresti fatto lo scrittore e come ci sei riuscito? 

Non l’ho deciso, a un certo punto è capitato. Un sogno che improvvisamente si è realizzato, anche se perseguito a lungo. Poi ho lavorato duro per perfezionarlo e farlo diventare qualcosa di importante.

Perché il noir e perché ribelle del noir. Cosa cerchi di trasmettere coi tuoi libri oltre al noir vero e proprio?

Il genere è solo una convenzione con la quale gioco senza aderire in toto. Mi piace sporcare il genere con altre letterature e non rimanere chiuso all’interno di una gabbia, anche se il noir è forse una delle modalità di scritture con meno rigidità. Ribelle credo per questo. Alla fine ho sempre fatto quello che mi pare.

Qual è il libro e il personaggio a cui ti sei affezionato di più?

Difficile dirlo, ci affezioniamo a tutte le nostre creature, anche se l’ultima con la quale ci siamo trovati ad avere a che fare è sempre quella che in quel momento ci rappresenta di più. E allora dico Ivan Cataldo, protagonista del prossimo libro. Uno spin doctor, uno che si muove nell’ambito del marketing politico, e che dopo avere ricevuto tutto dalla vita si fa tentare dal male e butta via quanto ha costruito. 

Qualcosa del tuo ultimo libro invece, Le siamesi. La cosa che più mi ha colpita è stata la costruzione del dialogo. Tu come costruisci i dialoghi? E quanto tempo ci impieghi?

Io impiego tanto tempo a scrivere perché sono un ossessivo compulsivo della parola, e ogni frase deve essere il risultato di un lavoro maniacale senza perdere in spontaneità. I dialoghi in tutto questo assumono un ruolo ancora più importante perché sono la voce dei personaggi e non possono risultare artificiali. Tramite loro i protagonisti parlano. E se usati in modo tattico servono anche per mandare avanti la storia.

Ne Le siamesi la protagonista è una ragazza. È più divertente entrare nella psiche maschile o femminile? 

Stessa cosa. Importante che ci sia adesione tra scrittore e personaggio.

Come funziona per te la stesura di un libro?

Plot 30%, personaggio 40%, stile 30%. Illuso chi pensa che una buona storia da sola faccia un romanzo. Il personaggio è il tramite per entrare nella testa del lettore, lo stile quello per sedurlo e farlo capitolare.

Cosa pensi del mondo dei lettori? Ce ne sono ancora abbastanza?

Ce ne sono pochi di eccelso livello e una massa indistinta che legge senza curiosità, assecondando le scelte della massa. Se guardiamo le classifiche di vendita vediamo sempre gli stessi nomi. Alcuni anche a distanza di decenni. Manca il gusto di entrare nelle librerie, guardare le quarte di copertina e farsi rapire dalle storie prescindendo da quello che comprano gli altri.

BookTribu è una casa editrice per autori esordienti. Cosa ti sentiresti di dire loro e in generale a chi coltiva il sogno della scrittura? 

Di persistere ma di essere consapevoli che la scrittura, anche pubblicando per grandi case editrici, non può essere che un hobby. Si guadagna poco, si spende tanto. Però dà anche un milione di soddisfazioni. Riassumendo: trovarsi un lavoro vero per vivere e dedicare il proprio tempo libero alla narrazione.

 

SCRITTO DA La Redazione
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