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La Compagnia, il nuovo avvincente romanzo BLACK-OUT

08 novembre 2021

Gianluca Morozzi, presenta la prima autrice della Collana BLACK-OUT di cui è il curatore: Angela Colapinto.

La collana BLACK-OUT è nata dall’amicizia di BookTribu con lo scrittore bolognese, Presidente della Giuria dei nostri Concorsi Letterari e docente di scrittura creativa.

Dai suoi corsi emergono nuovi autori e autrici che vengono proposti ai lettori, mantenendo fede all’impegno di BookTribu di rivelare il talento di scrittori emergenti.

Ed ecco che dopo i primi 4 moschettieri Antonello Maria Giacobazzi, Luca Ferrari, Emanuele Tumminelli e Simone Colombo, Gianluca Morozzi presenta al pubblico di BookTribu un'autrice di grande talento, e l'ha intervistata per noi.

Un romanzo piuttosto famoso incomincia con: "Tutte le famiglie felici si somigliano tra loro, ma quelle infelici lo sono ognuna a modo suo". Quanto è infelice a modo suo la famiglia di questo romanzo?

La famiglia di questo romanzo ha origine nell’infelicità, in un’infelicità sorda e costretta da regole tacite. Quando Marta e Guido si conoscono credono ancora di poterle cambiare, quelle regole, credono che il loro amore possa essere sufficiente, ma la disillusione arriverà molto presto e si propagherà nel tempo finendo per corrodere sia chi il potere lo ha ereditato, sia chi il potere non lo avrebbe mai avuto. Parliamo della famiglia Erranti, perché per la famiglia Ferri, invece, è tutta un’altra storia.

Stephen King nel capolavoro IT ci insegna che gli incubi dell'infanzia o dell'adolescenza poi esplodono amplificati nell'età adulta. Come vengono condizionati i tuoi protagonisti dagli eventi del passato?

Se penso a IT la prima immagine che mi appare davanti agli occhi è il pagliaccio dentro al tombino che con tono ed espressione ambigui attira i bambini chiedendo: “Lo vuoi un palloncino?”

Diciamo che è un po’ questo che accade ai protagonisti quando i loro incubi tornano a chiedere il conto, anche se per ognuno di loro afferrare quel palloncino porta a esiti differenti.

Per Sara significa ripiombare in un’infanzia felice e spensierata che sa esserle stata rubata anche se non ricorda il perché. Significa rivivere uno dopo l’altro i momenti della sua adolescenza, un periodo dal quale cerca di riscattarsi da anni, ma allo stesso tempo significa anche la speranza di poter avere un’ultima e inaspettata possibilità di mettere a posto le cose.

Per Enrico rappresenta soltanto l’ennesima occasione per dimostrare di saper trarre il meglio da ciò che la vita gli dà: il mostro che gli offre il palloncino ormai non è più un mostro ma soltanto un alleato con il quale pianificare le ultime mosse e mettere un punto definitivo a una storia che da tempo necessita della parola FINE.

Per Pablo gli incubi passati sono speranza, desidera che il momento tragico che li ha fatti riunire sia il punto di partenza per un nuovo cammino insieme. Crede davvero, o forse s’illude soltanto, che Sara ed Enrico ignoreranno il pagliaccio e lasceranno volare via il palloncino.

Dicci qualcosa per ognuno dei personaggi principali.

Sara è esile, ha la carnagione chiara e i capelli biondo cenere. Non riuscendo a occuparsi di se stessa cerca di occuparsi degli altri anche se avrebbe bisogno di qualcuno che si occupasse di lei; è sensibile e instabile.

Enrico fisicamente le somiglia molto, ma possiede una personalità alquanto differente: è piuttosto anaffettivo e spesso le scelte che fa sono guidate dall’interesse; Enrico è freddo, sicuro, scaltro.

Pablo è l’outsider, in tutti i modi in cui una persona può esserlo.  

Da dov'è nata l'idea iniziale per dar vita a questo romanzo?

Una sera un’amica mi ha detto di aver fatto una visita guidata per il centro di Bologna e mi ha raccontato una storia che non conoscevo. All’epoca frequentavo corsi di scrittura, avevo in mente un’idea ma non riuscivo a capire cosa mancasse per farla funzionare. Pian piano le parole ascoltate sono diventate immagini e queste immagini hanno dato il la alla stesura della sinossi. Avete presente la cosa giusta al momento giusto? Ecco, più o meno è andata così.

Ti trovi più a tuo agio con la forma romanzo o col racconto breve?

Difficile a dirsi, parliamo di due forme molto diverse seppur con punti in comune. In un racconto breve la narrazione deve funzionare nello spazio di qualche cartella, mi servono poche immagini per riempire il bianco tra l’inizio e la fine. Quando invece lavoro a un romanzo è come se entrassi in una dimensione parallela: i personaggi vivono con me e cambiano, a volte seguendo il ritmo del mio battere con le dita sui tasti, altre in maniera quasi autonoma. La loro storia diventa la mia storia e per mesi si alterna periodicamente alla vita reale.

Dovendo rispondere a questa domanda mi sento di dire: dipende. A volte le persone mi chiedono se preferisco dipingere o fare ceramica: dipende; dipingere richiede molto tempo, pazienza e dedizione, tutti aspetti che devono essere curati anche quando si fa ceramica, ma la ceramica dà risultati in tempi più brevi e non in tutti i nostri momenti interiori hanno le stesse necessità.

 

SCRITTO DA La Redazione
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