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Sincera

10 giugno 2018

Terzo incontro ravvicinato con la mente (o l’anima?) dei nostri Autori. Diamo il benvenuto a Silvia Lodini, vincitrice del Secondo ConcorsoAppena rientrata da Pisa dove ha presentato tre dei suoi colleghi e amici di Booktribu, ci propone un racconto amaro e introspettivo sull’amore, o su quello che dovrebbe essere.

Mi hanno chiesto di provare a scrivere d’amore, ma non credo di esserne capace. Eppure l’ho provato, so per certo di averlo provato. Ma lo odio e so anche di odiarlo, credo che per me scrivere d’amore equivalga a scrivere del dolore. Per questo i miei racconti non piaceranno affatto, oppure andranno a ruba. Non avranno quel tipico e piacevole sapore che hanno i rimpianti, ma il colore della disperazione, ed è una disperazione nera, che non tutti potranno capire. 

Ho quarantun anni, che non sono tanti ma pesano. Li avrei voluti diversi, li avrei voluti più lunghi, più ricchi. Vorrei poter scrivere dei vari uomini che ho incontrato nella mia vita, di quelli dolci, di quelli codardi e di quelli cattivi, oppure vorrei poter scrivere di un unico grande e felice amore, dei figli che ho messo al mondo con lui. Vorrei poter dire di avere l’età giusta per riuscire a descrivere l’amore, vorrei poter dire di aver amato la vita, e che il tempo vola, ma la verità è che il tempo passa lentissimo ed inesorabile, perché non è questa la vita che avevo desiderato. Tutti hanno sempre qualcosa da dire, e vogliono sempre raccontare la loro esperienza, quella vera, quella che hanno vissuto, io invece niente, e ci potrei scrivere un libro, su come vorrei fosse andata la mia vita. 

Ma mi hanno detto di non perdermi nelle mie fantasie e di non inventare nulla. 

Quando ho conosciuto il mio cuore avevo vent’anni e studiavo a Bologna. Venivo da un paesino di provincia del centro Italia ed ero una ragazza introversa e taciturna, che amava riempire i suoi vuoti con le fantasie. Non pensavo più di tanto ai ragazzi. Per me erano solo esseri crudeli e stupidi, mi prendevano in giro da tutta la vita. A Bologna però era diverso. Io ignoravo loro, loro ignoravano me. Non pensavo avrei mai avuto a che fare con loro più di tanto. 

I miei luoghi preferiti a Bologna erano le biblioteche, perché amavo il silenzio, il porticato di via Zamboni, dove ognuno poteva starsene da solo senza destare stupore e la mensa, perché mi piaceva il cibo e mi piaceva mangiarlo senza dover chiacchierare, e lì tutti si facevano i fatti propri.

Negano che sia successo veramente ma io in biblioteca ci andavo spesso, ed è lì che ho conosciuto lui. Smisi di andare in mensa perché volevo dimagrire, ed era perché avevo conosciuto lui. Negano che sia successo veramente ma persi venti chili. 

Si chiamava Marco e lavorava nella biblioteca che frequentavo più spesso, quella del dipartimento di storia. Sette anni più di me, alto, moro, occhi verdi. Non mi disse mai niente, mai una parola di scherno, solo qualche sorriso e credo che all’epoca potesse bastare questo per farmi innamorare. Ero già diventata magra quando mi chiese di uscire ma non pensai nemmeno per un momento fosse un ragazzo superficiale. Mi bastava aver raggiunto il mio sogno, e lo raggiungevo tra i libri della mia stanza in affitto, tra quelli della biblioteca, tra le lenzuola colorate che ogni tanto mi spediva mia madre dall’Umbria. Dopo quasi un anno scomparve così come era apparso nella mia vita e io caddi nel malessere che ancora oggi mi accompagna. Lo chiamavo e non rispondeva, in biblioteca non lo trovavo. Inizialmente non volevo abbandonare Bologna, la città che per me era stata dell’amore, ma alla fine mi resi conto che non avevo più dato esami da quando l’avevo conosciuto. I miei genitori avevano continuato a pagarmi l’affitto ma dopo l’ultimo bonifico, solo un messaggio: “torna a casa”. Abbandonai l’università e i miei progetti, perché il mio unico progetto era lui. Dopo qualche mese mi telefonò e io presi il primo treno per Bologna, tra le grida di mia madre e i rimproveri di mio padre. Purtroppo non potevo farci niente, ero come fuori di me, Marco mi aveva travolta in un mondo nuovo, e anche spaventoso. 

Quando l’ebbi di nuovo tra le mie braccia non riuscivo a crederci. Non riuscii a domandargli nulla, perché fosse tornato, o cosa volesse da me. Mi bastava vivere il momento e sperare che col tempo lui s’innamorasse di me. Persi molte occasioni, con altri ragazzi, perché stavo dietro a lui. M’impediva di fare qualunque cosa, a volte m’imprigionava a letto per giorni. La verità era che era solo un’illusione, i dottori me lo dicevano, ma io non ci volevo credere. 

A trent’anni conobbi Paolo e fu lui che sposai. Mi rendo conto di non aver mai accennato a un marito, ma se mi si chiede di parlare d’amore, non è a lui che penso. 

Paolo è sempre stato molto buono. A volte gli dico che non lo amo, e lui mi chiede “che idea hai dell’amore?” Un’illusione, gli rispondo sempre, perché è la parola che più mi ricorda Marco, contro cui ho combattuto per dieci anni. Allora siamo d’accordo, mi risponde lui col sorriso.

Ho smesso di sognare Marco da qualche anno, perché non ricordo più il suo viso. Però sogno sempre qualcuno, di sfuggente e indefinito, il volto non lo ricordo mai, ma credo sia la rappresentazione dell’amore che non ho potuto trovare in mio marito. Mi sono rassegnata al matrimonio solo perché non potevo stare sola. Mia madre piangeva di gioia il giorno che io e Paolo ci sposammo. Era convinta che io non potessi trovare nessuno ed era contenta di lasciarmi nelle mani di qualcun altro. Dovresti essere felice di aver trovato la serenità, mi diceva mentre mi sistemava il vestito. Sorridi! esclamava, sorridi! 

Avanzai verso l’altare velocemente, con scarpe basse, niente tacchi, perché ero instabile. Paolo era dolce. Era la mia serenità, sebbene io non l’avessi mai cercata. L’amore è un mare in tempesta, è confusione, è l’instabilità con la quale sono nata, e me lo diceva mia madre, continua a dirmelo. Accontentati. È inutile che cerchi un amore così, l’hai già trovato una volta e c’è chi non lo trova mai in tutta la vita. Accontentati. 

Vuoi tu…

Lo voglio. Accontentati.

Può baciare la sposa. Accontentati.

Mi piaceva baciare Paolo ed ero affezionata a lui, ma c’era qualcosa che mi strisciava sotto pelle e mi stritolava le ossa, e mi irrigidiva, ogni volta che lo abbracciavo. Non potevo farci niente e i giorni trascorrevano vuoti e silenziosi sotto i nostri sguardi e lamenti impotenti. 

Un giorno m’imposi che lo avrei amato e, mentre lui era al lavoro, lo ripetei più volte ad alta voce davanti allo specchio. Poi uscii di casa con le lacrime agli occhi per una passeggiata e vidi un ragazzo che sembrava Marco seduto al tavolino di un bar. Ma non poteva essere lui, non era invecchiato neanche di un giorno, proprio come nella mia immaginazione. 

La verità è che Paolo si è stufato di me. Non avevo parlato di un marito perché non ce l’ho più. Continua a venirmi a trovare, ogni tanto, e mi aiuta a mantenermi. Io sono un’egoista, eppure non so stare sola. 

Non ho neppure scritto della mia malattia. Eppure mi rendo conto che ci sono cose che non si possono tralasciare. Non posso continuare a plasmare la mia vita passata e a raccontarla come vorrei fosse andata.

Mi hanno detto tante volte che Marco non esiste, che il periodo nero in cui abbandonai Bologna e l’università, e quel mondo spaventoso che avevo conosciuto, altri non erano che la mia malattia. Io non l’ho mai provato un amore vero. 

I dottori la chiamano malattia del cervello. A volte hanno parlato di apatia. Incapacità di amare. In realtà Paolo non mi ha mai sorriso. Paolo credeva di potermi cambiare e poi mi ha odiata. 

Questo non è uno dei miei racconti. La mia è un’amara confessione, quella di non aver amato chi dovevo, e di aver amato una sciocca fantasia, un’idea, l’idea dell’amore, o aver amato il mio male, averlo assecondato e averlo fatto vincere. 

Potrei ancora lanciarmi nella vita e cercare qualcuno che mi renda felice. Ma poi penso che ho già quarant’anni, che il mio meglio è passato e l’ho sepolto io stessa sotto il nulla, e penso ai dottori, ai loro verdetti, alla mia inerzia, allo sguardo arrabbiato di Paolo. 

Mi limito a fissare allo specchio il mio volto la mattina appena alzata, le mie occhiaia, perché faccio fatica a dormire, fisso i miei farmaci, fisso gli oggetti della mia vita che avrei davvero potuto condividere con qualcuno, forse. Fisso il dottore e cerco di ascoltarlo mentre parla. Fisso queste mie pagine, che pure dovrò consegnargli, e aspetterò il suo responso, di sapere se sono stata sincera, innamorata oppure pazza. Non lo so nemmeno io. 

Ci ho provato, quanto ci ho provato. 

 

SCRITTO DA La Redazione
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